Hacking etico: che cos’è davvero (e cosa non è)

Hacking etico: che cos’è davvero (e cosa non è)

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“‘Hacker’ per molti significa criminale. Eppure ogni giorno, in silenzio, esistono persone che usano le stesse tecniche… per difenderti. Si chiamano ethical hacker e il loro lavoro è trovare i buchi prima dei criminali. In questo articolo andiamo dietro le quinte dell’hacking etico, senza miti hollywoodiani.”

Cos’è l’hacking etico in parole semplici

Immagina di essere il proprietario di una casa in un quartiere un po’ rischioso. Potresti limitarti a sperare che nessuno provi a entrare, oppure potresti assumere un ladro professionista e dirgli: “Cerca di intrufolarti da dove ti è più facile, poi raccontami come hai fatto”.

L’hacking etico è esattamente questo, ma nel mondo digitale.

Un ethical hacker usa tecniche simili a quelle degli attaccanti, ma lo fa con permessi scritti, regole chiare e un obiettivo preciso: trovare le debolezze prima dei criminali. Quando senti parlare di penetration test, in pratica significa che qualcuno sta cercando di “entrare” nei sistemi in maniera controllata, per capire quanto siano resistenti. Quando senti vulnerability assessment, in pratica significa che si sta facendo una sorta di “check-up” alla sicurezza, alla ricerca di punti deboli evidenti.

In breve: l’hacking etico è un servizio di sicurezza, non un gioco per “smanettoni annoiati”.

Perché la parola “hacker” è stata demonizzata

Ti sei mai chiesto perché, nei titoli di giornale, “hacker” è quasi sempre sinonimo di criminale?

Per anni i media hanno usato “hacker” per indicare chiunque facesse qualcosa di illegale con un computer. È più facile e fa più paura. Nella cultura originaria, però, hacker era la persona curiosa, quella che smonta e rimonta i sistemi per capire come funzionano, non per forza per fare danni.

Poi sono arrivati i grandi data breach, i ransomware, gli attacchi alle aziende e agli ospedali. Le immagini in TV erano sempre le stesse: cappuccio, stanza buia, righe verdi che scorrono sullo schermo. Molto cinema, pochissima realtà, ma l’etichetta è rimasta incollata.

In ambito professionale, per distinguere, si è iniziato a parlare di ethical hacker o security researcher. Il criminale vero, quello che sfrutta le falle per rubare soldi o dati, in teoria dovrebbe chiamarsi cracker, in pratica significa qualcuno che “spacca” le difese. Ma questa parola al grande pubblico non è mai arrivata davvero.

In breve: “hacker” di per sé non vuol dire “delinquente”; il problema non sono gli strumenti, ma l’uso che se ne fa.

White hat, black hat, grey hat: le tre “cappelliere”

Per capirci meglio, nel mondo cyber si parla spesso di cappelli, come nei vecchi western.

Il white hat è l’hacker etico. Lavora con permesso, contratto e limiti chiari. L’azienda gli dice cosa può toccare e cosa no, in quali orari, con quali regole. In pratica significa che tutto ciò che fa è concordato prima, documentato e tracciato.

Il black hat è il criminale informatico. Usa le stesse conoscenze, ma contro le persone o le aziende. Entra senza permesso, ruba dati, installa malware, chiede riscatti. In pratica significa che agisce fuori dalla legge, con l’obiettivo di guadagnare o di danneggiare.

Il grey hat è nel mezzo. Non sempre ha l’autorizzazione, a volte scopre una vulnerabilità e la segnala, ma nel farlo ha comunque violato delle regole o delle leggi. Le intenzioni possono anche non essere malvagie, ma il comportamento resta rischioso.

In breve: il colore del cappello non dipende dalle competenze tecniche, ma da permesso, intenzioni e rispetto delle regole.

Cosa fa concretamente un hacker etico

Ok, ma nella pratica, cosa fa un ethical hacker per otto ore al giorno davanti allo schermo?

Una parte importante del suo lavoro è capire come è fatto il “bersaglio” da difendere: quali sistemi sono esposti su internet, quali applicazioni usa l’azienda, quali tecnologie ci sono dietro al sito, come sono configurate le reti interne. È la fase in cui si raccolgono informazioni, un po’ come studiare la piantina di un edificio prima di cercare le uscite di emergenza.

Poi arriva il momento dei test veri e propri. Qui entrano in gioco scanner di sicurezza, strumenti che cercano vulnerabilità note, tentativi controllati di accesso con password deboli, verifiche sulle configurazioni. In pratica significa mettere alla prova ogni porta e ogni finestra digitale, senza rompere nulla, ma spingendo abbastanza da capire se reggerebbe a un attacco reale.

Infine c’è la parte forse meno spettacolare ma più importante: analizzare i risultati, scrivere un report chiaro, spiegare cosa è stato trovato e quanto è grave. Un ethical hacker efficace non è solo quello che trova il bug più “cool”, ma quello che riesce a far capire a chi decide il rischio concreto che l’azienda corre.

In breve: l’hacker etico alterna studio, test pratici e tanta comunicazione.

Esempio: test di sicurezza su un sito web aziendale

Immagina una piccola azienda con un portale clienti: ogni cliente ha un suo account, accede a documenti, fatture, dati personali. L’azienda chiede un test di sicurezza perché “non si sa mai”.

L’hacker etico inizia guardando il sito come farebbe un visitatore qualsiasi. Analizza la pagina di login, controlla se il traffico viaggia su HTTPS, che in pratica significa che i dati tra il browser e il server sono cifrati e non leggibili da chi si mette in mezzo. Studia come è fatto il form, che tipo di messaggi di errore compaiono, come reagisce il sistema a login sbagliate ripetute.

Poi prepara degli account di prova, autorizzati e concordati con l’azienda, e comincia a simulare scenari realistici. Cosa succede se qualcuno prova password banali come NomeAzienda2024 o Password123? C’è un limite ai tentativi sbagliati o si può insistere all’infinito? Il sistema obbliga a cambiare password al primo accesso oppure no?

Spesso, senza tirare in ballo tecniche avanzate, emergono difese deboli proprio sui fondamentali: password troppo semplici accettate senza problemi, assenza di blocco dopo molti tentativi, nessuna autenticazione a due fattori.

In breve: l’hacker etico cerca di sfruttare debolezze che un attaccante reale userebbe davvero, senza bisogno di “magie hollywoodiane”.

Dal report alla correzione: il ciclo completo

Una volta conclusi i test, l’hacker etico traduce tutto in un documento strutturato. Non basta dire “sono entrato”: serve spiegare cosa ha permesso l’accesso, quale impatto avrebbe per l’azienda e quali contromisure propone.

Tipicamente per ogni problema trovi una descrizione tecnica, una spiegazione “umana” e una proposta concreta di soluzione. Ad esempio, se il portale accetta password deboli, il report spiega perché è pericoloso, cosa potrebbe ottenere un attaccante e suggerisce di introdurre criteri di complessità, autenticazione a due fattori e controlli sui tentativi ripetuti.

Dopo il report, entra in scena il team tecnico dell’azienda, che applica le correzioni. A questo punto spesso si torna dall’hacker etico per un retest, in pratica significa verificare che i problemi segnalati siano davvero chiusi e che le modifiche non abbiano aperto nuove falle.

In breve: il lavoro dell’hacker etico non finisce quando trova la falla, ma quando l’azienda è messa meglio di prima.

Cosa l’hacking etico NON è

Quando si parla di hacking etico è facile vedere persone che si auto-etichettano “ethical hacker” solo perché “lo faccio per imparare”. Il confine però non lo decidi tu, lo decide la legge e lo stabiliscono i permessi che hai.

L’hacking etico non è un lasciapassare per fare esperimenti su qualsiasi sistema trovi online. Non è “se poi avviso, allora va bene”. E non è neppure un modo elegante per dire “smonto le cose degli altri senza che lo sappiano”.

Non è “piratare” Netflix o Wi-Fi del vicino

Sbloccare cataloghi di piattaforme streaming violando i termini di servizio, usare l’account pagato da altri senza che siano d’accordo, entrare nel Wi-Fi del vicino “perché tanto non se ne accorge”: tutto questo non rientra nell’hacking etico, nemmeno lontanamente.

In tutti questi casi manca un elemento fondamentale: il consenso. Non hai un contratto, non hai un perimetro concordato, non hai istruzioni chiare su cosa è permesso e cosa no. Stai semplicemente usufruendo di un servizio o di una risorsa che non ti appartiene.

Anche se lo fai “solo per prova”, agli occhi della legge non cambia molto. In pratica significa che stai superando barriere di sicurezza senza permesso, e questo è esattamente ciò che distingue l’attaccante dall’hacker etico.

In breve: se non hai l’autorizzazione esplicita, non è hacking etico. Punto.

Perché la legalità conta (e ti protegge)

Per un ethical hacker la legalità non è un dettaglio burocratico, è la rete di sicurezza che rende possibile il suo lavoro.

Prima di iniziare un test di sicurezza, si firma un contratto che definisce lo scope, cioè cosa rientra nel test e cosa no. Vengono indicati i sistemi che si possono toccare, gli orari, il tipo di attività consentite, cosa fare se si trovano dati particolarmente sensibili. Tutto è documentato.

Questo protegge l’azienda, che sa esattamente cosa aspettarsi, ma protegge anche l’hacker etico. Se qualcuno dall’esterno vede attività sospette sui log, c’è un documento che dimostra che quei tentativi sono autorizzati.

Per chi è agli inizi, è importante capire che le “buone intenzioni” non bastano. Violare sistemi senza permesso, anche “solo per segnalare una vulnerabilità”, può comunque avere conseguenze legali pesanti.

In breve: l’etica, in questo campo, passa anche dalla carta: contratti, regole e limiti scritti.

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